Pane nostro
Questo libro è l’ultimo di Pedrag Matvejevic, tra quelli che ho, che non avevo ancora letto. Non l’avevo ancora letto perché tratta un argomento, il pane, che non ha a che fare con i due temi principali che Matvejevic affronta negli altri suoi libri: il Mediterraneo e l’Altra Europa. Sicuramente, Matvejevic ha influenzato i miei interessi, che riguardano appunto le culture del Mediterraneo, in particolare quella ebraica e del primo cristianesimo, e l’Altra Europa, intesa come Balcani e Russia.
Pane nostro è un libro pieno di erudizione. Mi è piaciuto molto, anche se non è possibile seguire e approfondire tutti gli spunti. Si potrebbe dire che è un libro pieno di spuntini, pezzetti di pane offerti al lettore. Vi ho ritrovato lo stile tipico di Matvejevic, la compilazione per accumulazione, l’elenco, l’attenzione alle lingue. Mi piace la frase di Matvejevic, nitida, essenziale, priva di orpelli. La scrittura si compone di compilazione e riflessione. L’annotazione è precisa:
A Sofocle piaceva il pane dell’Etiopia - non sappiamo come questo pane abbia superato il percorso dai deserti dell’Africa fino alle coste della Grecia, per terra e per mare, nelle carovane e sulle imbarcazioni. (p. 61)
Nell’antica Cordova, lungo le rive del Guadalquivir, c’era un sobborgo di fornai, il Rebedu-I-rakkakin. Dicono che lì s’impastava il miglior pane dell’Andalusia. (p. 79)
Il libro è arricchito da informazioni storiche generali sulle festività, le caratteristiche delle religioni, la vita quotidiana di popoli antichi o lontani. In alcuni capitoli si segue una traccia, in altri si naviga come per mare alto. Non è un libro di facile lettura. Lo consiglierei a chi apprezza una certa erudizione, linguistica e culturale, senza annoiarsi.
I capitoli sono sette.
Il cap. I tratta del pane e del corpo.
Il cap. II traccia una storia del pane nel mondo antico: in Mesopotamia e nelle civiltà semitiche (pp. 42-47), nell’Antico Egitto (pp. 47-53), nella Grecia antica, soffermandosi sul culto di Demetra (pp. 53-63), a Roma (pp. 64-70), presso gli arabi (pp. 70-82).
A p. 59, Matvejevic cita Ateneo e i Sofisti al simposio. Una sorta di catalogo alla Bouvard e Pécuchet. Lo scrittore ne ripercorre le parti sul pane con una tecnica del montaggio, o citazionale, allineando citazioni e dichiarazioni. Questa tecnica è stata studiata come procedimento letterario dai formalisti russi. Matvejevic la fa propria per tutto il corso del libro, come la risalita alle origini, o la discesa dalle origini, dell’Etymologiae di Isidoro di Siviglia.
Il cap. III tratta di pane e fede: ebraismo (pp. 83-92), cristianesimo e apocrifi (pp. 92-112), esseni, eresie ortodossi, protestanti e modernità (pp. 112-128).
Il cap. IV non ha un tema unico. Il capitolo s’intitola Le sette croste. Si parla di santi (Giovanni, Antonio, Francesco) (pp. 129-137), monaci (pp. 137-146), pellegrini (pp. 148-152), naviganti (pp. 154-163), soldati, detenuti, mendicanti, rom (pp. 163-173).
Il cap. V è dedicato al seme: grano, riso, orzo, segale, miglio, farro, avena, granoturco (pp. 176-181), le etimologie di seme e altre parole collegate al pane (pp. 181-184), solennità e festività dalla Bibbia, in Grecia, Roma, Islam, usi in Sicilia, Sardegna, Canarie, Ramadan, elemosina musulmana, Turchia (pp. 185-199). Si conclude con cenni dalla letteratura (pp. 200-207).
Gli ultimi due capitoli assomigliano a cataloghi borgesiani. L’argomento è troppo vasto per ricevere una trattazione organica. Matvejevic procede, così, come suo stile, per accumulazione.
Il cap. VI è dedicato alle immagini ed è corredato da un apparato iconografico.
Chiude il libro una postfazione dell’autore.
Nell’edizione Garzanti, la prefazione è di Enzo Bianchi, la postfazione di Erri De Luca.


